Ospedale Psichiatrico Giudizario di Aversa, Italia

Aversa è una cittadina a pochi chilometri da Napoli, con un bellissimo centro storico di epoca Normanna, solo in parte sciupato da due terremoti e dagli endemici cumuli d’immondizia che da sempre deturpano tutto il territorio circostante. Ma la sua storia più nota è quella legata al manicomio criminale, il primo aperto in Italia nel 1876. Il luogo è sempre lo stesso, l’ex convento di S.Francesco, ex casa di pena per invalidi a cui l’allora direttore delle carceri Martino Beltrani Scalia, inviò i primi 19 “rei folli” creando così la “sezione per maniaci”. Il nome è cambiato nel 1975 con la riforma giudiziaria, si è trasformato in Ospedale Psichiatrico Giudiziario, OPG per gli addetti ai lavori. Suona meglio. Nel piccolo ma ben tenuto museo storico interno all’istituto, un ampio assortimento di oggettistica d’epoca, conferma l’immaginario collettivo legato al manicomio: letti di costrizione, camicie di forza,ceppi per caviglie, elettrochoc e foto ingiallite di pazzi criminali, “depezzatori”, stupratori, maniaci, oltre a un vasto campionario di semplici volti di poveri diavoli, soli. Di poveri diavoli all’Opg di adesso ce ne sono ancora molti, la maggioranza dei circa trecento internati, stipati nei padiglioni disponibili a ospitarne meno della metà. Gli OPG in Italia sono in tutto sei e la situazione abitativa è più o meno la stessa ,fatta eccezione per quello extra lusso di Castiglion delle Stiviere,che ospita i protagonisti dei casi più eclatanti assurti agli onori delle cronache, che da solo assorbe il 50% dei fondi stanziati dal Ministero della Giustizia; in qualità di fiore all’occhiello. Gli altri 5, tra cui quello di Aversa, si dividono il restante 50%. Per la cronaca, i fondi diretti agli ospedali psichiatrici giudiziari, sono comunque nettamente inferiori a quelli stanziati per le carceri normali,basti pensare che per un detenuto comune si spendono circa 80/90 euro al giorno, mentre per un internato appena 55. Del resto,che cos’è un Opg? Non è un carcere vero, infatti gli ospiti non sono detenuti ma “internati”; le pene non sono mai definitive, ma rivedibili, anche all’infinito. Un internato che fugge non evade, ma “si allontana”, ne sa qualcosa Cutolo, che fu per qualche tempo ospite in questo istituto da cui “si allontanò” grazie a una breccia nel muro di cinta provocata dall’esplosione di una bomba, fatta brillare da quelli del suo clan. In virtù di ciò, per circa vent’anni, dal 1960 al 1980, l’OPG di Aversa fu meta prediletta di camorristi e criminali comuni, che lì si andavano a costituire per evitare ergastoli e pene detentive troppo dure. Naturalmente complice una classe di medici, giudici, direttori e dirigenti collusi, che in cambio di favori e potere, li aiutavano ad entrare e uscire a loro piacimento. La cosa smise di funzionare quando cominciò il fenomeno del pentitismo, che prevedeva trattamenti speciali per i collaboratori di giustizia, da allora non fu più così conveniente risiedere lì. Oggi è difficile incontrare criminali comuni camuffati all’Opg, circa il 90% degli internati è lì per reati definiti “Bagatellari”, cioè banali, puniti con pene dai due ai cinque anni. Il 48,9% sono reati contro la persona, lesioni, maltrattamenti per lo più rivolti contro la famiglia; il 35/40% riguardano reati di oltraggio, vilipendio, danneggiamenti contro il patrimonio eccetera; per tutti questi la pena detentiva non supera i due anni; solo il 10% riguarda reati gravi, come stupro, omicidio, o assassini seriali, per i quali la pena prevista è di 10anni. Rinnovabili. Dunque l’Opg non è un carcere ma nemmeno un manicomio, quelli non esistono più da tempo, sebbene la riforma Basaglia non abbia riguardato in nessun modo questo tipo di struttura; infatti il manicomio criminale non è un luogo che si possa aprire, piuttosto il luogo in cui rinchiudere l’ingestibile, l’intrattabile, l’inspiegabile. Allora come recita il titolo, dovrebbe essere un Ospedale, ma provate voi a far funzionare un ospedale con solo due psichiatri assunti(uno è il direttore) e altri 6 consulenti, che in tutto lavorano tre volte a settimana per 6 ore, destinati a gestire le patologie di trecento internati, molti dei quali cronicizzati da decenni di internamento. Quindi si fa quel che si può, si prescrivono terapie farmacologiche, si scrivono relazioni per i giudici, si supervisionano le attività trattamentali, ma non c’è il tempo per fare psicoterapia o per approfondire le patologie di ciascuno. È questo il punto dunque: un OPG non è un manicomio, né un carcere né tantomeno un ospedale; gli internati non sono detenuti e la maggior parte di loro nemmeno dei pazzi, le pene non sono pene e le cure non servono a guarire ma a tamponare situazioni potenzialmente ingestibili. Il problema non è certo di chi gestisce, prendiamo il caso di Aversa, dove un direttore ex sessantottino, Adolfo Ferraro, animato da un reale desiderio di fare, ha in 10 anni di gestione, cambiato progressivamente ma radicalmente, la situazione all’interno dell’istituto. Ha iniziato abolendo le guardie armate dai muri di cinta, ha aperto le porte delle celle, ha istituito attività trattamentali, scuola media, laboratori di arte, di scrittura, psicodramma e centro ascolto; ha fortemente voluto la formazione delle circa cento guardie penitenziarie, con corsi di specializzazione tesi a creare personale adeguato al trattamento dei malati mentali; ha praticamente abolito la coercizione, sostituendola con un’unità di crisi formata da due guardie un medico ed un infermiere, che interviene quando qualcuno da di matto. Così è stato per gli infermieri, attualmente una sessantina, oggi tutti specializzati in psichiatria e non più generici. Ha aperto le porte alla città con convegni e visite, ha voluto che gli internati semiliberi uscissero tutte le mattine per recarsi presso un centro diurno gestito dalla Caritas, al fine di reinserirsi progressivamente nella società. Sostenuto dal WWF ha realizzato un’area verde grande quanto un campo di calcio, dove razzolano un centinaio di animali da cortile quali capre, anatre, galline germani reali, tartarughe, conigli che gli stessi internati, molti di origine contadina, allevano; curandosi nel curarli. Ha formato internati lavoratori, che si occupano delle pulizie dei reparti, dei giardini, delle lavanderie, dei magazzini. Ha permesso a decine di volontari di entrare a dare una mano in qualità di insegnanti, psicologi, operatori; accoglie volentieri giornalisti, fotografi, registi e tutti quelli che vogliono venire a vedere di persona dove sta di casa la follia. Ferraro sa bene che quando un giornalista entra lì vuole scoprire il marcio, la sporcizia, i luoghi dove il manicomio è inequivocabilmente tale, così ti mostra tutto senza bisogno che tu glielo chieda: i muri marci, i padiglioni fatiscenti, la”Staccata”, il reparto cioè dove sono rinchiusi gli internati istituzionalizzati, i cronici; ti mostra le tre celle dove vivono i pericolosi, gli internati aggressivi, o quelli malati di aids quindi potenzialmente contagiosi; fino alle celle di contenzione, quelle che hanno il letti con le cinghie. Esistono ancora, ammette Ferraro ma ce ne sono in tutto sei e non esisterebbero più se il Ministero stanziasse i soldi per costruire le celle imbottite; ma i soldi non arrivano e a volte la follia non è contenibile con i farmaci e con l’intervento dell’unità di crisi; accade di rado e avviene solo per alcune ore, al massimo per un paio di giorni, ma succede ancora che un internato venga legato a un letto, imbottito di farmaci, messo in condizione di non nuocere, agli altri certo, ma anche a se stesso, perché l’autolesionismo è parte integrante della follia. Confesso di aver provato un certo scetticismo nell’ascoltare questa versione della storia; confesso che non conoscendo ancora bene quest’uomo schietto e ironicamente complicato, appassionato di teatro e pieno zeppo di energie ed interessi, fiero della sua storia ma senza alcuna superbia o autocompiacimento, ho dubitato che le sue altro non fossero che giustificazioni tese a convincermi che la coercizione a volte è il solo modo di proteggere i matti dalla loro stessa pazzia e non un modo sbrigativo di gestire un problema. Il mio sospetto ha avuto vita breve, si è infranto addosso ad un ragazzo di nemmeno trent’anni collezionista di barbie e con lo sguardo perso; ci è venuto incontro mentre visitavamo il reparto, marcati stretti dalle guardie di fiducia, visibilmente agitato, con le mani zeppe di bambole, ha abbracciato e baciato Ferraro chiedendogli per favore di dare disposizioni di legarlo al letto perché sentiva arrivare l’agitazione, perché sentiva la furia salire, perché legato si sentiva al sicuro da se stesso. Ferraro mi guarda come per dire “visto?”, sicuramente intuendo i miei sospetti, del resto è uno psichiatra e sa leggere le emozioni degli altri; da quel momento decido di credere a quello che dice, perché non si nasconde, perché si mostra, perché non copre né l’orrore né l’umanità. Però il ragazzo delle barbie non lo fa legare, non è in pericolo mi spiega, con un calmante ed una chiacchierata, può ritornare a pettinare le sue barbie, non si farà del male per oggi. Solo per oggi però, perché a farsi del male all’OPG sono in parecchi, e come potrebbe essere diverso? Curare i “pazzi” non è semplice anche se è possibile, ci vuole tempo e dedizione, ci vuole ascolto oltre che medicine, ci vuole spazio e speranza. Ci vuole volontà, da parte degli operatori certo, ma anche delle istituzioni. Non bastano le buone intenzioni, non basta il personale specializzato,non bastano le attività trattamentali, servono soldi e risorse, ci vogliono strutture adeguate. E tanto tempo per seguire ognuno come ha bisogno. Ma come si fa, si dispera Ferraro, come si fa a curare trecento persone il 90%d elle quali non dovrebbe stare qua? La stragrande maggioranza degli internati infatti, non è pazzo, né criminale, non bluffa sul suo stato di salute e non è neanche pericoloso; la maggior parte di loro sono poveri diavoli, tossici, spostati, disadattati, con famiglie inadeguate e senza mezzi che spesso, in assenza di strutture alternative di supporto, si trovano costrette a denunciare i propri congiunti, che magari rubano o picchiano per pagarsi la dose;oppure che vanno in giro a far guai, incapaci effettivamente di gestirsi. Basterebbero strutture alternative funzionali e funzionanti, case famiglia, centri diurni, programmi di reinserimento, lavoro, formazione; ci vorrebbe tutto quello che Basaglia riteneva indispensabile per abbattere quel muro eretto dai sani per difendersi dai matti ,muro che non è mai servito ad altro che a alimentare la follia. Invece i matti aumentano e con loro i pregiudizi e la paura. Così ogni giorno c’è qualcuno che entra all’OPG, col suo fardello di sofferenza e solitudine, che il corso di pittura o di ceramica non riesce ad alleviare. Così ogni giorno uno dei tanti matti del villaggio ,rompe una sedia o schiaffeggia un vigile, si mette a straparlare per la strada o prende a botte chi ha cercato di fregarlo e si ritrova chiuso all’OPG. È così facile essere internati, difficilissimo invece uscirne; Ferraro ci prova, scrive relazioni, parla coi giudici, chiede affidamenti ai servizi sociali, chiama giornalisti a testimoniare il sovraffollamento ma i comuni non hanno soldi per creare strutture alternative e la possibilità ricettiva di quelle che esistono è poca cosa rispetto alla richiesta, perciò si resta all’OPG e si aspetta. Solo che passi il tempo di tante vite disgraziate. Una volta però ho visto uscire un ragazzo. L’avevo conosciuto al corso di lettura che era appena arrivato lì. Per davvero non sembrava pazzo; strano sì, eccentrico più che altro, la solita sofferenza negli occhi, ma non diversa da quella che tante volte chiunque di noi ha osservato negli occhi di un amico in difficoltà. Non so dire che cosa avesse fatto per meritarsi di stare lì, del resto anche chiedendo, difficilmente qualcuno ti risponde in merito; spesso infatti, neanche le guardie conoscono i reati degli internati, se non è necessario per motivi di sicurezza, è meglio non sapere, così è più difficile crearsi pregiudizi. Giusto. Qualunque cosa fosse non doveva esser nulla di così grave, considerato che non era soggetto a particolari misure di restrizione e che poteva partecipare liberamente alle attività trattamentali. Era simpatico e un po’ sbruffone, faceva il duro ma aveva paura. Col passare dei mesi però l’ho visto cambiare, dimagrire, isolarsi, farsi silenzioso e schivo; si stava ammalando sul serio e cominciava a somigliare a un pazzo. Per fortuna, sul finire dell’estate il direttore è riuscito a trovare per lui una casa famiglia disposta ad accoglierlo, così un pomeriggio l’ho visto scivolare via, rapido e silenzioso con in spalla un sacco di vestiti e una valigia trolley al seguito; non mi ha nemmeno salutato, ma è stato solo per non voltarsi indietro, porta male voltarsi a guardare. Il manicomio ammala,come ammala il carcere, figuriamoci che danni può fare un manicomio criminale, sebbene gli abbiano cambiato il nome. E che dire di quel 10% di internati effettivamente pericolosi che,malgrado siano in ospedale, non riescono a ricevere le cure necessarie per provare almeno a guarire? Chiedo a Ferraro se un pazzo vero,uno di quelli pericolosi può veramente guarire. Mi risponde con Basaglia, suo mentore e maestro e mi dice, “la pericolosità sociale di per se non esiste; in una società sana, non esiste il malato di mente criminale, perché se non istigato o sollecitato o coercito, un uomo, sebbene malato di mente, non diventerà un criminale”. Mi viene in mente il nostro mondo,le ingiustizie, le disparità, gli abusi, l’impotenza di noi tutti di fronte alle sopraffazioni, l’insulto della povertà, la sofferenza, l’insoddisfazione, la paura di non farcela….la rabbia, l’incontenibile rabbia che a volte si trasforma in un mostro chiamato pazzia, che riguarda tutti e che può prendere tutti trasformandoci in un solo tragico attimo, in rei folli. Così, quel muro eretto per allontanare da noi i pazzi diventa d’improvviso così basso, che a scavalcarlo neanche ci si accorge.

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